Motivo suggerito dal taglio dell’albero (1967/68)

Il discorso che Giacomelli porta avanti è un’imperativa fasciatura del reale stretto nel tessuto dell’in-differenziazione, in un disperato tentativo di sottrarsi alla Mancanza, tentativo ripetuto nelle sue molteplici forme, ma senza per questo trovare un punto finale. In Motivo suggerito dal taglio dell’albero, sono esseri vegetali morti, tronchi trovati sezionati dal taglio di una motosega, a dircelo, nel momento in cui essi riprendono vita nelle fotografie 129 volte sottoforma di qualcosa di completamente diverso dall’origine. Le sezioni degli alberi riprese frontalmente in primo piano, esprimono angoscia e vertigine nelle sembianze di corpi umani e volti deformati e carichi di pathos; a volte prendono persino la forma della maternità, come per sottolineare doppiamente il concetto di rinascita e di mutazione messo in atto dalla fotografia; o ancora affiorano paesaggi da cui sembrano emergere presenze indefinite. Le incanalature del legno, in queste foto, sono ormai carne, rughe, terra, sono mutazioni prodotte al di là dell’azione del tempo, nell’azione invece della creatività. Metamorfosi della materia, quella di un Giacomelli in competizione con il tempo, per ergersi a creatore incontrastato di mutamenti, nello sforzo di ri-costruire il mondo come un tutto indiviso, un luogo immaginario che raccolga le cose senza definirle e quindi senza dividerle, senza creare distanze, eliminando persino la distanza più grande, quella tra la vita e la morte, per esorcizzare quest’ultima. In un ininterrotto “gioco del rocchetto” con cui il fotografo confida di riuscire a “manipolare” il reale, il riproponimento continuo di una certa unità dell’oggettualità fa da sfondo-collante al reale e accende l’illusione che si possa evadere dalla Mancanza. (In Katiuscia Biondi, Mario Giacomelli. Sotto la pelle del reale, 24 Ore Cultura 2011)

“Sono andato in questi posti cercando di trovare delle cose astratte e invece una prima immagine mi ha fatto pensare: ecco il volto che doveva avere il contadino, il contadino che mentre lo fotografavo non aveva l’espressione che volevo, invece nel legno non solo c’era l’espressione che volevo, ma anche la terra che avevo fotografato e la materia, le rughe, un condensato di tutto quello che volevo dai contadini”. (In Germano Celant, Mario Giacomelli, Ed. Photology-Logos 2001)