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Mario Giacomelli. Je ne fais pas le photographe, je ne sais pas le faire / Mario Giacomelli. Non faccio il fotografo, non so farlo (Contrejour 2016)
Questo libro nasce da una felice collaborazione e da una folle e meravigliosa idea, quando Claude Nori, fotografo e navigato editore della storica casa editrice Contrejour e amico di Giacomelli, e Katiuscia Biondi, nipote dell’artista e direttrice dell’archivio Mario Giacomelli – Sassoferrato, si sono ritrovati a voler creare insieme un prodotto editoriale in grado di far sentire, anche solo a livello di atmosfera o di simboli reconditi, cosa fosse FOTOGRAFIA per il Maestro Mario Giacomelli. Un libro che avesse fatto sentire presente questo grande artista, super conosciuto e riconosciuto a livello mondiale ma anche altamente misterioso, come lo sono gli arcani alchimisti, quale lui era. Un libro che avesse presentificato il suo gesto creativo, un libro “film”, immagini in movimento, ché così sono le fotografie di Giacomelli, per questo la scelta grafica delle foto al vivo, non correlate di legende, di scritture, di altro, poiché esse stesse, le immagini che si inseguono l’un l’altra, sono Scrittura: un discorso ricco di grammatica e di regole interne, di rime e di assonanze, di figure retoriche, allitterazioni, ossimori perfino, create dal genio creativo di un artista che usava la fotografia per Parlare, esprimersi sinesteticamente attraverso le cose del mondo prese in prestito, stravolte, rivestite di nuova luce e nuovo senso, digerite e rigettate nel mondo sotto lo sguardo dello spettatore, al quale Giacomelli chiedeva sempre attenzione, ché le sue fotografie erano come organismi viventi che necessitavano di cure per poter essere tenute in vita. La cura del fotografo nel riprenderle continuamente in mano e tenerle sempre sveglie, stuzzicarle con continui richiami, rimandi, ripetizioni di simboli, nel rituale dell’eterno ritorno. E allora stamparle in diversi modi, tutti nell’eccesso, nell’essere al di là dei limiti, al di là delle definizioni, sovrimpressionarle per fondere diverse dimensioni, per unire il passato con il futuro, per unire tutto, per non sentire la Mancanza, la lontananza, il Vuoto, che eppure c’era, e forte!
Il libro vuole che Giacomelli parli ancora, attraverso le sue fotografie, attraverso lo sguardo dello spettatore, prima di Claude e di Katiuscia e poi di tutti i lettori.

La scelta delle foto, la sequenza delle stesse, la loro impaginazione, la struttura del libro, ogni particolare e ogni scelta, segue due direttive: la volontà di mostrare l’inedito, perché di Giacomelli c’è ancora molto da vedere, non avendo questo straordinario artista mai smesso di sperimentare fino alla sua morte (2000); e la volontà di rendere evidente quanto l’intero corpus fotografico giacomelliano sia un tutt’uno inscindibile: la sua produzione, piuttosto che una somma di foto, è una vera e propria Unica opera d’arte.
I continui rimandi simbolico-iconici legano tra loro tutte le fotografie, perché, come dice Giacomelli, in fondo un artista fa sempre la stessa cosa, come in una sorta di coerente ossessione. Un’arte che fa tutt’uno con la vita, perché ricerca esistenziale, esigenza irrinunciabile. Giacomelli usa la fotografia per mettere in scena la sua idea, che resta prioritaria e necessaria per un’intera vita: ricreare una dimensione in cui passato e presente siano uniti, in nome dell’annullamento di ogni distanza e della Mancanza.
Arte e vita si compenetrano. E Giacomelli è un performer quando, dopo aver fatto entrare il suo immaginario nel reale per tutta la sua vita (le sue foto non sono mai state veriste), alla fine del suo percorso artistico-esistenziale, entra lui stesso con il suo corpo, attraverso l’autoscatto, nel quadro da fotografare: fotografia come dispiegamento di sé, lungo una successione di 40000 immagini tutte collegate tra loro, come un film lento che dura un’intera vita.

Per Giacomelli il valore è nell’atto creativo, perché è lì, nella continua ricerca, che forse ci si può ritrovare.


M. Andreani, MARIO GIACOMELLI, in Dizionario biografico degli italiani – Italiani della Repubblica, Treccani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2016


Il libro “Mario Giacomelli. Sotto la pelle del reale” (Ed. 24 Ore Cultura 2011, co-curato da Katiuscia Biondi, Catia Zucchetti, Marina Itolli) in un certo senso è nato come per elaborare il lutto della perdita di mio nonno nel desiderio di tenerlo encore in vita. Un desiderio assecondato e messo in atto dalla mia formazione filosofica attraverso una decostruzione dell’opera fotografica di Mario Giacomelli, per trovarne la struttura recondita, sapendo che se dovevo ri-trovare mio nonno, lo avrei dovuto cercare nella sua arte.
Come da copione derridiano, dall’intero corpus fotografico e dal metodo che ne risultava, scorsi la ripetizione e la différence: un certo rituale che dirige le sorti dell’intera produzione fotografica. È dalla scoperta di un continuum con stonature al suo interno, che mi si è aperto l’universo giacomelliano nella sua significazione:
“Il linguaggio diventa l’ambiente entro cui l’immagine respira. L’immagine è un prodotto di una forza interiore senza volto che esplode dentro lo spazio. Cambio la realtà per dare un senso al soggetto. Scompongo e ricompongo per significare”.

(Mario Giacomelli, anni ’90, da un documento conservato nell’Archivio Mario Giacomelli, Senigallia)

Il metodo con cui Giacomelli affronta la fotografia, che è impastata con la vita e con il dato autobiografico, mi fanno dire che, ancor prima che fotografo, lui è un Performer, che mette in atto una catena di significanti con cui si cerca, in un nuovo ordine, quello circolare dell’eterno ritorno, in cui immettersi e riconoscersi: il cerchio della desiderata, e mai definitivamente trovata (da qui la ripetizione), dimensione di unità intrauterina e con essa la fine di ogni distanza spazio-temporale tra l’artista e il mondo. Questo spazio ricreato è segnato dalla forte gestualità dell’artista, gestualità da cogliere, ad esempio, nelle variazioni di scatti (dalla serie-serbatoio Poesie in cerca d’autore, anni ’90, esposte nella “stanza filologica” della mostra Mario Giacomelli. Sotto la pelle del reale, Palazzo del Duca, Senigallia 1 giugno/31 agosto 2012 da me curata), diversi scatti a un muro scrostato di una costruzione diroccata su cui sono appesi, e di volta in volta spostati, ferri contorti e altro materiale trovato sul posto e lì manipolato dall’artista. Giacomelli è Performer quando, dopo aver immesso per un’intera vita il suo immaginario e il suo simbolismo nel reale da fotografare, alla fine del suo percorso artistico-esistenziale entra egli stesso, corporalmente, nel quadro da fotografare, e ripone tutta l’espressione di sé in un’unica immensa fotografia frammentata in 40mila immagini, come in un film, o nei lunghi rotoli dada di Richter! Per l’artista il valore è nella totalità della produzione e non nelle singole foto; ha valore il creare, il momento dell’atto creativo, il lungo mentre (per dirla con Heidegger): “A me interessa una realtà che respira, che continua a muoversi, perché io racconto una cosa e questa cosa ha importanza se l’immagine viene separata dalla sua prima intenzione e messa in spazi controllabili dalla sola sensibilità, dove tutto sembra intriso di un nuovo flusso.”

(Mario Giacomelli, in Mario Giacomelli. Sotto la pelle del reale, p. 19, nota 43)

In questa lunga operazione di trasformazione della realtà in un atto performativo dell’artista tramite la fotografia, il reale, il soggetto fotografico, è svuotato della sua peculiarità e fatto luogo di nuove connessioni, quelle dell’artista che riempie il reale del suo immaginario. “Il fotografo per sottrarsi ai condizionamenti del corpo umano e del reale, sulla sinergia del tutto, sulla geometria della scena, in primo luogo impiega la luce (portata all’eccesso di contrasto) attraverso cui sfuggire al realismo. La luce abbagliante del flash anche quando è giorno, o la luce che brucia nella stampa, impossibilitano il riconoscimento e il posizionamento del soggetto fotografato in uno spazio e in un tempo precisi. La luce contrastata elimina ciò che è umano in un soggetto (i tratti caratteristici e le pieghe della pelle di un volto scompaiono, i corpi sono semplici sagome, o bianche o nere o riempite di sovrimpressioni): quello che si ha è un soggetto ridotto a maschera. Fino ad arrivare, nell’ultima fase creativa, all’esasperazione della maschera, in cui effettivamente essa è costituita da figure inanimate (un manichino, una maschera di gomma riempita con della stoffa, cani finti, uccelli di plastica) in cui il soggetto è letteralmente figura/manichino o marionetta, esattamente come nel teatro del Bauhaus”.

(Katiuscia Biondi, in Mario Giacomelli. Sotto la pelle del reale, p. 21)

Nell’Archivio di Senigallia è conservato il libro Minori Maniere (Ed. Feltrinelli 1985) di Achille Bonito Oliva, copiosamente sottolineato con tanto di appunti e riflessioni scritte da Giacomelli, di cui riporto un paragrafo: “La domanda primaria coincide con la vita biologica e, come questa, ha la continuità del respiro, proponendosi come pratica naturale dell’esistere. Una facoltà che realizza un linguaggio all’infinito. L’artista dispone il suo segno, si pone in cerchio intorno alla sua opera, con la necessità della ripetizione che è il segno dell’esistenza. […] L’attività creativa dell’arte è intesa come recupero di memorie stratificate e come esercizio in atto del proprio esistere, attraverso l’iscrizione della forma dell’eterno ritorno”. È per la vicinanza tra il vivere l’arte di Giacomelli e il parlarne di ABO, che il mio libro porta nella prefazione la firma di Achille Bonito Oliva.

Nel 2015 le riedizioni in lingua inglese Mario Giacomelli. Under the Skin of Reality (Schilt Publishing) e in lingua tedesca Mario Giacomelli. Hinter dem Schleier der Realität (Till Schaap Edition).

Katiuscia Biondi, direttore Archivio Mario Giacomelli, Sassoferrato

(in Arte ContemporaneaOttobre/Novembre 2012)


Mario Giacomelli. La terra dalle ombre lunghe (ArteCom, 2011): Mario Giacomelli ed Enea Discepoli, un’insolita collaborazione. Il libro è parte del progetto editoriale-espositivo in occasione della celebrazione del decennale dalla morte dell’artista, promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Senigallia e dal Musinf di Senigallia, in collaborazione con gli Archivi Mario Giacomelli. La pubblicazione fa parte di un cofanetto di quattro volumi, tra cui anche: Mario Giacomelli. Paesaggio agrario e lavoro contadino a cura di Ada Antonietti; Mario Giacomelli. Vita del pittore Bastari a cura di Achille Bonito Oliva; Mario Giacomelli. Una stagione sconosciuta a cura di Simone Giacomelli.