Una serie decisamente meno corposa delle altre. Un’indagine sul corpo perfettamente in linea con la produzione giacomelliana, nella cruda concretezza conturbante di una figura estremamente presente, per cui anche le cose più chiare trattengono in sé un’oscurità.
Qui il corpo, come una rappresentazione della Madre terra, è fecondo, espanso, materico (è il mondo contadino dei suoi avi che ritorna, il presente che gli si confonde con il passato, la pianta che fa tutt’uno con le radici); è simbolo e non descrizione didascalica, sempre frammentato e privo di volto. Corpo non come ricerca di perfezione nella bellezza, ma di mistero. Sinuoso vibra in uno spazio indecifrabile. Come sempre, un “entrare sotto la pelle del reale”.
Giacomelli fotografa le persone del suo entourage (come sempre): ritrae ciò che gli è familiare, ma lo spoglia degli abiti per dargli la sua di forma, quella che appare dallo sguardo fotografico che tutto trasforma.
Gli scatti sono del ‘56, poi accompagnati da altri nudi degli anni ‘90, autoritratti dell’artista, a completare la serie.
Il nudo mi è venuto in mente dall’Ospizio, che ho fatto all’inizio […]; è sempre lo stesso mondo che mi interessa, un mondo che ci si è giocato, che non si è riusciti a capire quando era ora e che forse si riesce a capire quando è troppo tardi.”
(Mario Giacomelli in A. C. Quintavalle, Mario Giacomelli, Feltrinelli, Milano 1980)


