Presa di coscienza sulla natura (1976/anni ’90)

Sono le fotografie di Paesaggio aeree (scattate da un aereo piper).

Nell’alto contrasto delle foto di questo periodo (‘76/anni ’80) e nella focale importanza dei segni, dell’astrazione e dell’essenzializzazione delle forme, resta sempre importante per l’artista (e lo si evince dai suoi appunti per la stampa sui provini) mantenere la materia brulicante.

Negli anni ’90 invece i paesaggi aerei sono meno contrastati e con meno segni, più omogeneo lo spazio e più asettico, più distaccato lo sguardo: l’agricoltura intensiva ha ormai modificato inesorabilmente il paesaggio, fino a ucciderlo, o perlomeno fino a cancellare il mondo fantomatico che da esso Giacomelli aveva sempre fatto emergere in quarant’anni di ricerca fotografica.

“Paesaggio come atto di espressione totale dove sento lievitare la natura, il flusso traumatico del tempo. È la dimensione dello spazio ridotto ad una emozione unica, ad una estensione della mia esistenza dove il quotidiano, il ripetitivo viene come filtrato dal fluente dell’immaginario. Io non ritraggo il paesaggio ma i segni, le memorie della esistenza di un “mio” paesaggio. Non voglio che sia subito identificato, preferisco che si pensi a certi segni, alle pieghe-rughe che l’uomo ha nelle sue mani. Un tempo questo pensare al contadino mi affascinava, perché sentivo il paesaggio come un grande reportage, puro, forte, tutto ancora da scoprire, da vivere. Mi sono poi accorto che fotografavo invece la mia interiorità, attraverso il paesaggio trovavo la mia anima. Ci sono stati altri momenti che il paesaggio era qualche cosa di ancora diverso e aumentavano le mie contraddizioni.

La terra ha dei segni, delle pieghe, che mi chiedevano di essere fotografati, così mi è sembrato. I segni erano disposti in maniera che l’anima potesse godere, segni interiori riflessi come azione creativa, stordimento e allo stesso tempo conoscenza, distruzione che costruisce. Terra come percorso di voglie, di sensibilità, di penetrazioni, di orgasmi perché non si ripetano le cose visibili. Forse io non ho mai fotografato il paesaggio: lo ho solo amato”. (Mario Giacomelli, anni ’90)