E io ti vidi fanciulla

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E io ti vidi fanciulla è una serie che Giacomelli ambienta all’ospizio di Senigallia. Segue gli stati d’animo di una donna anziana abbandonata alla sua solitudine. Composta nel 1993/94, riproducendo foto del 1954/56.  
L’ospizio è il luogo che gli permette di immergersi nei temi che lo assillano: la morte, la solitudine, l’amore e la mancanza. Lo tiene anche collegato alla figura della madre: lei aveva lavorato lì come lavandaia dopo la morte prematura del marito. Ambiente che sin dai primi anni ’30 il piccolo Mario aveva conosciuto, accompagnando, per un piatto di minestra, la madre al lavoro.

Il titolo fa riferimento all’emozione dell’artista nel constatare come il tempo inesorabile lasci fuggire le occasioni perdute. Forte è l’ossimoro creato dal titolo E io ti vidi fanciulla (che sembra continuare un dolce discorso tra famigliari) con il nudo, spietatamente solo e decadente, dell’anziana protagonista, mostrata senza pudore o giri di parole, ripreso con la crudeltà del flash.

Giacomelli, intervistato nel 1980 da A. C. Quintavalle sulla serie Nudi (1956/60), risponde che anche l’idea del nudo è partita dall’esperienza nell’ospizio, cogliendo nel corpo delle anziane una storia da raccontare, l’amarezza di quel che è fuggito, senza magari esser stato goduto.

“Già Turroni notava acutamente come al centro di Vita d’ospizio vi fosse il “dramma della natura umana, destinata a scomparire dopo il pieno fiorire della giovinezza”.
(M. Andreani in Mario Giacomelli. Giacomo Leopardi, L’infinito, A Silvia, Silvana Editoriale 2019)