Presa di coscienza sulla natura sono le fotografie di paesaggio aeree scattate da un aereo Piper.
Negli anni ’90 i paesaggi aerei sono molto meno contrastati rispetto a quelli degli anni ‘80, meno corrosi, meno eclatanti e materici, meno scalpitanti e crudeli, più omogeneo lo spazio, anche nelle cromie; ma i segni – che Giacomelli sempre cerca – restano, seppur nel cambiamento morfologico imposto dall’agricoltura intensiva; le cicatrici, le rughe, la carne delle curve di un paesaggio che è prima di tutto corpo, restano; segni solo più pacati, rappacificati. Qui il punto di vista da cui Giacomelli guarda la terra per l’ennesima volta cambia: sembra tutto ancor più vicino (quasi da un’ecografia per vedere “sotto la pelle del reale”) di quando, agli esordi, l’artista con i piedi ben piantati a terra annusava l’odore del fieno secco o dell’erba appena tagliata o della terra umida, e guardava su, da dietro la sua macchina fotografica, ai piedi della collina, quel che la natura gli offriva.


