Autoritratti è il luogo in cui naufragano i ricordi. Giacomelli qui è totalmente preso nel gioco, e si dimentica di essere un fotografo. Dopo aver creato per un’intera vita fotografie che potessero restituire la sua interiorità, dal 1995 egli stesso entra nella scena con l’autoscatto.
La serie degli autoritratti è una sorta di cartella di “backstage” della produzione della maturità. Non è una serie creata a tavolino, non un atto auto-celebrativo. Piuttosto questo gruppo di foto si autoalimenta dall’esigenza irrefrenabile dell’artista di immettersi fisicamente nello scenario immaginifico che la macchina fotografica gli rende manifesto. E lui non può restarne estraneo, e allora vi si getta dentro, per farsi “uno tra gli altri” e questi altri sono pupazzi e animali finti, che chiama “compagni di poesia”. Il fotografo non è più spettatore e registratore di fatti esterni, ma attore, co-protagonista, già dentro a quell’orizzonte di sapere che fa apparire le cose. Giacomelli porta all’estremo l’insegnamento di Cavalli: una Fotografia dev’essere Racconto, e un racconto non può che essere soggettivo.
Questa serie ci mostra Giacomelli nel suo approdare al luogo in cui naufragano i ricordi: qui è totalmente preso nel gioco, e si dimentica di essere un fotografo.


